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Dal “Manifesto programmatico” del C.R.J.

PRIMA TESI: PREMESSA GENERALISSIMA

 

L’Associazione C.R.J. riconosce nella elaborazione teorica e nella testimonianza di C.G.Jung il punto di raccordo di un “pensiero sull’essere”, che trae la propria origine dalle fondamenta stesse della riflessione dell’uomo occidentale sulla conoscenza, per giungere all’intuizione del metodo psicoanalitico, di cui Jung è stato protagonista nel tratteggiare un’immagine dell’inconscio come “irriducibilmente altro” dalla coscienza, e di una vita della psiche come perenne tensione alla “coniunctio”. In Jung, l’ordinamento umano non è il risultato di una imposizione esterna, ma manifestazione della psiche inconscia che porta inscritto in sé tutta la storia del pensiero e la sua potenzialità evolutiva, così che la realizzazione del Sé individuale coincide con il manifestarsi del Sé collettivo, che altro non è se non il manifestarsi dell’essere nella sua totalità. Tale impostazione sta anche alla base dell’opera di S. Montefoschi, che ha però individuato nel metodo psicoanalitico il modello con il quale il “vivente” fa conoscenza di sé attraverso il pensare riflessivo dell’uomo. A partire dall’osservazione di ciò che accade nella relazione terapeutica, Montefoschi individua nel passaggio dalla modalità interdipendente a quella intersoggettiva lo snodo decisivo attraverso il quale il necessario superamento del Soggetto Riflessivo Individuale apre all’esperienza di quella “mente duale” che coincide con l’esperienza amorosa stessa.

SECONDA TESI: SULLA RICERCA DEL SENSO DELL’ESSERE

 

La storia del pensiero dell’Occidente, fin dalle origini della speculazione greca, è un susseguirsi di visioni del mondo, che hanno per oggetto la ricerca dell’origine e del senso dell’essere. Fino a oggi, però, tale ricerca di senso è rimasta dentro una logica dove il pensiero umano andava a coincidere con la “ratio”, così che l’uomo si fa oggi sempre più consapevole della sua impossibilità di comprendere il senso del suo esserci. Ciò che, più o meno, è sempre stato negato nella ricerca di senso è il discorso che nasce dal lato d’ombra della coscienza razionale, da ciò che di volta in volta è stato chiamato “corpo” in contrapposizione ad “anima”, “femminile” in contrapposizione a “maschile”, “inconscio” in contrapposizione a “coscienza”, “conoscenza soggettiva” in contrapposizione a “conoscenza oggettiva”.

Il dualismo, cioè l’insanabile contrapposizione tra gli opposti, è dunque l’eredità pesante del pur necessario sviluppo della coscienza razionale; sviluppo che è stato per altro fondamentale per il superamento di forme di pensiero fusionali, che impedivano il dispiegarsi della dimensione egoica. Esso, nato nel solco della speculazione filosofica greca e assorbito dal pensiero giudaico – cristiano, ha segnato lo sviluppo coscienziale e l’organizzazione sociale dell’Occidente. Ma, nel mondo contemporaneo, alla imponente e fondamentale crescita delle forme del “molteplice” fa da contrappeso la perduta percezione dell’unità del soggetto umano e della sua unità con il “vivente”. 

A tale logica ha dato, nell’epoca moderna, un importante contributo la scienza che, attraverso il metodo scientifico, ha sistematizzato le forme del pensare razionale, e ha teorizzato un modello empirico che, nella ricerca di verità, prevede la netta distinzione del soggetto dall’oggetto. Tale è il “pensiero oggettivante”, che impone la separazione tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto quale condizione per realizzare la “vera” conoscenza; esso si presenta, più che mai oggi, come la forma del pensare umano che, attraverso la tecnologia, tende ad accreditarsi come un sistema previsionale capace di rispondere alle domande globali dell’esistere. La scienza si propone, dopo la “morte di dio”, come il linguaggio universale umano che però, di fatto, nel mondo contemporaneo, coincide con la “volontà di potenza” dell’uomo.

TERZA TESI: NASCITA DELLA PSICOANALISI E PENSIERO OGGETTIVANTE

 

Se la nascita della filosofia avviene quando, nell’uomo, il pensiero cosciente di sé comincia a osservare se stesso, si può dire che la psicoanalisi nasce quando, nell’uomo, la psiche stessa comincia a riflettere sul suo funzionamento. Torna a farsi così presente l’inconscio, percepito nella sua natura caotica e polimorfa, che obbliga il soggetto umano a fare i conti con il lato oscuro dell’esistenza, essendosi in precedenza consumata la possibilità di proiettarlo fuori di sé. 

La psicoanalisi nasce nel XIX secolo e, come una scienza tra le altre, condivide con esse i presupposti positivistici e oggettivanti. Ma, ancor più delle altre scienze cosi dette esatte, essa si trova – come osserva Jung – in una singolare contraddizione poiché l’oggetto della sua osservazione, la psiche (che dovrebbe essere osservata senza implicazioni soggettive) coincide con il soggetto che osserva, e dunque i suoi presupposti epistemologici risultano del tutto inaffidabili. Nel lavoro psicoanalitico si viene di conseguenza a creare un’ulteriore contraddizione tra una prassi che è, per definizione, rivolta al cambiamento evolutivo dell’individuo, e una metapsicologia che, nella sua pretesa di osservazione oggettiva della psiche, si presenta come immutabile e astorica. Da qui la necessità per la psicoanalisi di darsi un nuovo statuto epistemologico, che definisca i limiti entro i quali si svolge l’atto della conoscenza, così che il discorso che si svolge possa giustificare la propria veridicità. 

E, in questo, la psicoanalisi è oggi coinvolta e trascinata dalla crisi delle altre scienze: dalla matematica, dalla fisica quantistica e anche dalla stessa filosofia vengono i tentativi per superare la distinzione del dualismo classico senza cadere in un monismo materialista di tipo riduzionistico, per il quale il fenomeno umano è assimilabile ai meccanismi di funzionamento “dell’intelligenza artificiale”. Attraverso la psicoanalisi, è dunque possibile realizzare quel salto interpretativo che consente di vedere tutti i limiti del pensiero oggettivante.

QUARTA TESI: LA PSICOANALISI DIALETTICA

 

Se la grande scoperta della psicoanalisi delle origini è stata lo svelamento del meccanismo della “proiezione”, il meccanismo cioè che fa sì che l’essere umano proietti fuori da sé i propri contenuti inconsci che, pur premendo per venire alla luce, non riescono a essere assimilati alla coscienza, si fa oggi possibile comprendere che è proprio la separatezza tra soggetto e oggetto che deve essere trascesa in ogni sua prospettiva. Il meccanismo della “proiezione”, che era stato svelato come circoscritto all’ambito della vita psichica personale, viene ora assunto come universalmente valido nella relazione con l’oggetto, così che tutto ciò che si dà fuori di noi è il risultato della proiezione, che opera a nostra insaputa. Infatti, nel pensiero oggettivante, la psiche viene trattata alla stregua di un oggetto da descrivere, mentre il salto epistemologico che si può realizzare consiste nel restituire al soggetto conoscente la possibilità del dialogo con la sua oggettualità, che viene svelata come prodotto della sua proiezione; e la sua oggettualità è proprio la sua psiche, cioè il vissuto che egli riconosce in se stesso, e che gli si presenta però, in prima istanza, come altro da sé. 

Può iniziare così il dialogo tra il soggetto e il suo vissuto, e l’identità stessa del soggetto può progressivamente spostarsi dal soggetto conoscente, andando a coincidere con la “funzione riflessiva”, che nasce dal dialogo tra psiche conscia e inconscia. In altri termini, non è più l’uomo che parla di “ciò che è”, bensì è “ciò che è” che si conosce attraverso l’occhio dell’uomo che si fa disponibile al dialogo; tale è il passaggio dal pensiero oggettivante al “pensiero dialettico”, che consente il superamento del dualismo tra soggetto e oggetto, tra spirito e materia.

E’ nella prassi del lavoro psicoanalitico – così come teorizzato da S. Montefoschi – che si realizza il salto; a partire dalla relazione analitica, che si presenta come il modello della relazione intrapsichica e interpsichica, si pone in evidenza la presenza di due modelli: quello dell’interdipendenza (senza il quale non c’è relazione) e quello dell’intersoggettività (senza il quale non c’è libertà), e la necessità di compiere il passaggio dall’uno all’altro. L’interdipendenza, fondandosi sulla rigidità dei ruoli complementari (attivo-passivo, maschile-femminile) e sul soddisfacimento della bisognosità reciproca, stabilisce la relazione empatica, ma nega la libertà. L’intersoggettività, trascendendo la rigidità dei ruoli e la reciproca bisognosità, realizza la libertà dei due soggetti che si uniscono nell’amore.

Infatti nell’intersoggettività l’identificazione dell’individuo con il soggetto conoscente è trascesa (avendo egli riconosciuto il così detto oggetto consustanziale a sé), mentre l’oggetto stesso (l’altro nel discorso) assume lo statuto dell’essere portatore di un discorso soggettivo; si realizza così quel “canto corale”, che travalica la dialettica intrapsichica entrando anche nell’ordinamento sociale.

Il passaggio dall’interdipendenza all’intersoggettività si presenta, però, come molto doloroso per il soggetto conoscente, perché dalla separazione tra soggetto e oggetto ha tratto origine la sempre maggiore conoscenza di sé, che il soggetto ha raggiunto fino a quel momento; quindi l’essere umano si trova lacerato tra l’anelito al superamento di questa separazione e il bisogno di permanere nella vecchia identità, grazie alla quale ha costruito la propria storia. Già Freud aveva colto la tendenza regressiva del soggetto a ricongiungersi con la sua oggettivazione, quale espressione del bisogno del soggetto di controllare le angosce di separazione. Avendo letto nella pulsione al ricongiungimento il dramma edipico, Freud aveva tuttavia additato la non violabilità del tabù dell’incesto come la condizione necessaria per lo sviluppo della civiltà. Al contrario, Jung considera l’infrazione simbolica del tabù dell’incesto come la condizione imprescindibile che dà origine alla nuova conoscenza; infatti, ridando autonomia e soggettività all’inconscio, indica nella ripetuta infrazione della separatezza tra coscienza-inconscio la via che apre al processo individuativo. Ma Jung confina tale infrazione all’interno della dinamica intrapsichica, quindi su un piano puramente simbolico, pena l’inflazione egoica e il conseguente ritorno alla confusività edipica, che blocca il processo individuativo. 

Il compito – secondo la testimonianza di Montefoschi – sembra ora quello di portare la dinamica relazionale a un livello nel quale sia possibile andare al di là del tabù dell’incesto quale condizione per trascendere davvero (e non solo sul piano della vita simbolica) la dinamica edipica. Perché ciò accada, occorre che siano la vita concreta, la materia, il principio femminile, a essere recuperati alla dialetticità del discorso, e si possa pertanto superare, nell’incessante movimento dialettico, la separatezza tra soggetto e oggetto, tra individuale e universale. Così, l’andare al di là del tabù dell’incesto significa infrangere l’ordine sociale precedente, a partire dai ruoli rigidi e precostituiti all’interno della relazione analitica. Ma l’Edipo viene davvero superato solo quando a congiungersi sono due soggetti, quando cioè, superata l’interdipendenza, l’intersoggettività pone l’oggettualità come altro soggetto del discorso d’amore, pena il ricadere nella dinamica edipica, che corrisponde al congiungimento confusivo e regressivo del soggetto nell’oggetto. Al contrario, quando la relazione è tra due soggetti (sia nella dimensione intrapsichica, sia in quella interpsichica), essendo venuto meno il bisogno di controllare l’altro del discorso costringendolo in ruoli prestabiliti, viene meno la dinamica edipica e, con essa, la necessaria funzione contenitiva del tabù dell’incesto.

QUINTA TESI: IL SALTO EVOLUTIVO

 

Si realizza così, all’interno della prassi psicoanalitica, un salto evolutivo che non riguarda soltanto il singolo individuo e l’umanità, ma coinvolge l’universo tutto. Nel momento in cui il soggetto comprende che il suo modo di conoscere l’universo è il conoscersi dell’universo attraverso il suo occhio, il soggetto riflessivo diventa consapevole di essere lui stesso l’universo, che dice di sé nel discorso che in lui si manifesta. E’ l’universo stesso che diventa consapevole del suo dirsi nel discorso dell’uomo, e l’uomo sa di essere l’essere che si dice nell’umano discorrere. 

La terapia stessa, nell’ambito psicoanalitico, si realizza collocando l’individuo nel suo giusto contesto che, per progressione, coincide con l’universo familiare, con l’universo umano, e in fine con l’universo tutto; il “particolare” del singolo uomo viene collocato nell’universale come condizione per trovare risposta al disagio esistenziale. L’operare terapeutico coincide così con il processo evolutivo e di autoguarigione dell’essere, e l’essere vuole guarire dalla separazione dell’essere dalla coscienza di essere, cioè del femminile dal maschile, dell’uomo da dio, della creatura dal creatore. 

Il compito sembra dunque essere quello di rinunciare alla possibilità di dire qualcosa sull’essere come altro da sé. 

Si impone qui la distinzione tra il “vedere immediato”, attraverso la percezione sensoriale, e la “nuova visione” che afferma: la vera certezza è la conoscenza interiore che l’essere ha di sé. Ciò apre a una nuova teoria della conoscenza, che richiede il superamento della separazione tra l’interno (che dà valore soltanto alla realtà soggettiva non dimostrabile), e l’esterno (che dà valore soltanto alla realtà oggettiva dimostrabile). Ma, nel momento in cui all’inconscio, alla materia, al femminile è stata ridata soggettività, non si dà più l’insanabile separazione tra maschile e femminile, così come a ogni altro opposto (che pure eternamente rimangono tali) perché la coniunctio è finalmente avvenuta, e si realizza l’Uno. La nuova conoscenza, cioè il nuovo pensiero, che non si identifica più con la “ratio”, coincide con il conoscere interiore dell’Uno che acquista il carattere della verità.

SESTA TESI: FINALITA’ E METODO DELL’ASSOCIAZIONE

 

L’Associazione Centro di Ricerca Junghiano vuole essere un luogo di sperimentazione del discorso fin qui svolto. Essa si rivolge a coloro per i quali, alla fine di un percorso anche doloroso, l’inconscio che si manifesta è sentito come occasione di nuova conoscenza. Si rivolge a coloro che sentono il peso insopportabile di una concezione dualista dell’esistenza fondata sul pensiero oggettivante, che teorizza la separatezza tra soggetto e oggetto quale condizione per la conoscenza. A coloro che sentono non più rinviabile lo spostare la propria identità dal soggetto conoscente, che pretende di conoscere il mondo come se fosse altro da sé, al “soggetto riflessivo” che media, di volta in volta, le opposte tendenze che in lui si danno, riconoscendo a esse uguale diritto di essere rappresentate. Infine, si rivolge a coloro che comprendono che un tale discorso, ben lungi dall’essere un percorso da compiere con il pensiero razionale, coinvolge le loro concrete esistenze.

Il metodo di lavoro utilizzato nelle varie attività dell’Associazione è quello gruppale; il gruppo è riconosciuto come il luogo privilegiato, all’interno del quale sperimentare il nuovo “pensiero vivente”, cioè un pensiero non più astratto e scisso dalla carne, che sappia unire in sé la tensione all’analisi (che è l’attenzione al molteplice), con la tensione alla sintesi (che è l’attenzione all’Uno). 

Il lavoro gruppale, sia pure ai diversi livelli di coinvolgimento nei quali potrà articolarsi, agevola infatti i singoli partecipanti a raggiungere quella “democrazia interiore”, senza la quale non è possibile l’ascolto dell’inconscio; ma, al tempo stesso, realizza la costruzione di una “identità sovraindividuale”, che amplifica le possibilità evolutive dei singoli. Nel lavoro gruppale, la prassi psicoanalitica ritrova pienamente la propria possibilità di incidere nel mondo, poiché il gruppo, inseguendo la propria individuazione, contribuisce all’evoluzione delle forme del nostro vivere sociale.